Riporto quietamente due notiziole:
Questa viene dal sito “La repubblica” di oggi.
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Truffa, lesioni, ma anche omicidio. In manette primari, assistenti e un dirigente della Santa Rita di Milano. Decine di operazioni fatte solo per ottenere rimborsi dalla Regione, cinque casi mortali. Gdf e pm: “Senza intercettazioni, inchiesta impossibile
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L’altra sara’ spero pubblicata domani:
Il tribunale di padova condanna Vittorio Sartori, il suo braccio destro (non ricordo chi), e un cardio- chirurgo di fama internazionale (taccio per pieta’) a pene risibili.
Pero’ riporto un articolo comparso sul gazzettino di qualche tempo fa:
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L’avvocato Carlo Taormina, difensore dell’imprenditore Vittorio Sartori, si scaglia contro la categoria dei medici al processo per le presunte valvole cardiache killer. Soprattutto, contro la classe dei medici universitari, che non esita a definire “maledetta”. Per quale motivo? Per sposare la tesi del suo assistito. Sostiene che se Sartori non pagava (”mazzette”), non lavorava.
In un aula che ha visto soltanto una volta la presenza dell’imputato Vittorio Sartori, l’importatore delle valvole brasiliane Tri Tachnologies, Taormina imbastisce un’arringa per la maggior parte incentrata sugli appalti ospedalieri, sulla categoria del suo assistito e sulla presunta scarsa morale dei medici ospedalieri e universitari. Il “sistema dei medici”, lo definisce più volte Taormina. Ad un certo punto il difensore si rivolge direttamente ai giudici, presieduti da Mario Fabiani, e li avverte di non “illudersi” di aver fatto qualche passo in avanti con il processo in corso. Verso la “correzione” del sistema. Perchè la classe medica e autonoma, “maledetta”, «soprattutto gli universitari e lo dico io che faccio parte della categoria». Taormina non ha assistito al processo. Quindi, dice ai giudici di aver letto certe deposizioni in aula fatte da camici bianchi, che sostengono di aver respinto le offerte di “bustarelle” dei collaboratori di Sartori, e che la cosa lo ha fatto quasi ridere. Taormina afferma che la vicenda delle presunte valvole killer sarebbe stata coperta dalla “categoria” se non si fossero contati i morti. L’avvocato Taormina dice ai giudici che Sartori ha dato ampia confessione. Ha raccontato la verità. Se non pagava, non lavorava.
Ma il conto su Sartori, che il pubblico ministero Matteo Stuccili presenta ai giudici, è molto salato. Dice che l’imprenditore stava costruendo un grande affare con le valvole cardiache killer. L’affare era già a buon punto. Attraverso il figlio Luca, titolare della Bio Net, con sede legale nel principato di Monaco, acquistava le valvole in Brasile al prezzo davvero risibile di 800 dollari, le importava in Italia e le rivendeva alle strutture ospedaliere attraverso la For Med al prezzo di 2.918 euro il pezzo. La maggior parte del ricavo figurava rimanere nel paradiso fiscale del principato monegasco, mentre nelle casse dell’azienda padovana rimaneva il denaro necessario alle tangenti. Ma l’affare svanì il 26 febbraio 2002, quando dal corpo di Antonio Benvegnù, appena morto dopo essere stato operato in cardiochirurgia, venne estratta la valvola cardiaca a pezzi.
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In conclusione sembra che il figlio di Sartori non paghera’ nulla, IN QUANTO EXTRA COMUNITARIO, infatti la sede era a MONTECARLO.
L’avvocato delle cause perse e sporche, TAORMINA, ce la ha messa tutta ed e’ riuscito ad ottenere una pena RISIBILE per i criminali coinvolti nel processo. UNA CONGREGA DI SERIAL KILLER PADANI se la cava con pochi anni di reclusione, per di piu’ virtuale.
Io lavoravo per certi parenti del Sartori e nel corso del mio lavoro incontrai un solo medico ONESTO, il prof. Giuseppe Curzio del MONALDI di NAPOLI.
Quando andavo a incontrarlo, per lavoro, mi offriva lui colazione, pranzo e cena.
Se veniva ad un congresso, era il primo a entrare in aula, e l’ultimo ad uscire, anche se non capiva nulla di Inglese.
Fui con lui a Gerusalemme, avevamo un lavoro da presentare, naturalmente a parlare dovevo essere io. Mi fece lavorare come un pazzo, a leggere e rileggere … per tre giorni. Alla fine feci la mia modestissima presentazione, lui fu entusiasta.
Io ero stressato come una scimmia in gabbia. Quella sera andammo a fare una passeggiata nella citta’ vecchia.
Ero tanto nervoso che distanziai e persi i compagni, e la guida. Finii, dopo essermi ben perso, a chiedere aiuto ad un inquietante personaggio armato di mitra, un arabo israeliano, grande come un armadio quattro stagioni, che faceva parte della guarnigione del forte che presidia una delle porte di ingresso.
Questi parlava inglese, era stato in america, era un palestinese, ma faceva parte della milizia israeliana.
Erano tanti anni fa.
Avrei ben altri episodi da raccontare.
Come quella volta che Curzio venne al congresso di TorreMolinos.
L’ultimo giorno “gli altri” partivano per una “breve escursione”, io che ero lo schiavo tecnico al seguito della banda dei commerciali, tornavo a casa a lavorare. Lui torno’ con me e costrinse un suo collaboratore (molto ritroso) a fare altrettanto.
Mangiammo insieme una ultima “paella”, il suo collaboratore si servi’ un po’ troppo abbondantemente, lui lo rimprovero’ come fosse un bambino, creando imbarazzo in tutti.
O quella volta che lo andai a trovare a Fornelli di Agnone, dove lui aveva una casa, credo ereditata dai suoi avi, come la mia ad Acciaroli. Ad un certo punto arrivo’ una famiglia di paesani ad omaggiarlo, con un ragazzino che aveva la testa fasciata come una mummia. Era stato operato dal professore e portavano qualche piccolo modestissimo omaggio. Lui visito’ il ragazzo e accetto’ le povere cose di paese, con ringraziamenti dolci ed affettuosi. E, giuro, eran cose che valevano quattro lire: cacio pecorino, vino di campagna. Una scena da libro CUORE.
Il prof. Giuseppe Curzio era un Napoletano vero, era un signore.
Taormina, Sartori, e certi suoi parenti che conosco fin troppo bene … signori non sono e non saranno mai.